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Sindrome dell’Ovaio Policistico

A cura della dott.ssa Eva Arleo

La Sindrome dell’Ovaio Policistico è una patologia che presenta alla base uno squilibrio endocrino metabolico con presenza di disfunzione ovulatoria, le cui manifestazioni sono:

Ovaio con aspetto policistico.

Alterazioni metaboliche con insulinoresistenza.

Difficoltà a perdere peso.

Ancora oggi non è facile fare diagnosi in quanto le manifestazioni sono molteplici ed è una patologia eterogenea, in altre parole

le cellule sono meno capaci di intercettare il glucosio, stimolando il pancreas a produrre più insulina, con conseguenti squilibri ormonali a carico di FSH e LH (responsabili del ciclo mestruale) e possibile compromissione del ciclo stesso, con conseguenti:

Oligomenorrea. 

Amenorrea. 

Presenza di cicli  anovulatori e conseguente riduzione della fertilità. 

Iperandrogenismo  con conseguente comparsa di acne.

Irsutismo (eccesso di pelo.) 

Alopecia androgenetica (perdita di capelli con progressivo assottigliamento).

La diagnosi si ottiene dosando:

  • Il testosterone per individuare la presenza di iperandrogenismo.
  • La SHBG (una proteina che trasporta il testosterone libero.
  • Il Progesterone con un prelievo da eseguire al 21° giorno dalla comparsa del ciclo mestruale.
  • La Glicemia, insulina e colesterolo, di solito non la diagnosticano ma è utile per ottenere un “inquadramento”.

Essendo una patologia multifattoriale deve essere trattata come patologia multidisciplinare, consultando endocrinologi, ginecologi, dermatologi e nutrizionisti.

Primo step per affrontarla riguarda lo stile di vita. 

Non esiste una dieta per la PCOS: le linee guida non consigliano necessariamente una dieta senza zuccheri, ma un’alimentazione sana e bilanciata associata ad attività fisica.

Se questo non fosse sufficiente le terapie possono essere:

Contraccettivi orali oggi ce ne sono di vari tipi, con bassi dosaggi e naturali.

Antiandrogeni di solito associati alla pillola.

Metformina.

Inositoli.

Non è Detto che chi soffre di questa patologia debba assumere tutti questi farmaci e che la terapia sia ad vitam, ma è importante cominciare e  concentrarsi sul primo passo!

Idratazione

A cura della Dott.ssa Eva Arleo

L’equilibrio idrico è molto importante per il nostro organismo ed è regolato da meccanismi di diffusione tra le cellule e l’ambiente circostante (osmosi). 

L’acqua è fondamentale per la “comunicazione” fra le nostre cellule, costituisce i fluidi corporei, è il mezzo per portare nutrimento agli organi ed eliminare le scorie. 

Se l’idratazione è insufficiente, si ha una concentrazione maggiore di sali minerali che causa il prelievo di acqua dall’interno delle cellule con restringimento del loro volume. Questo provoca una reazione a catena che porta in contemporanea allo stimolo della sete e al risparmio di acqua da parte dei reni.

La produzione di un’urina più concentrata, porta ad un dispendio maggiore in energia e maggiore usura dei tessuti. 

Di conseguenza, bere abbastanza acqua aiuta a proteggere questo organo vitale.

Una scarsa idratazione può determinare l’insorgere di spossatezza, crampi muscolari e nausea.

Il modo migliore per idratarsi è bere acqua.

Non esiste una quantità standard, ma il fabbisogno dipende da molti fattori, come età, sesso, condizioni fisiologiche e ambientali (ad esempio temperature alte o attività fisica intensa).

Donne in gravidanza e bambini hanno più bisogno di liquidi, mentre gli anziani devono sapere che con gli anni diventa meno efficiente il meccanismo della sete.

L’importante è bere, poco importa se acqua del rubinetto o in bottiglia. 

Ci sono però delle indicazioni di massima: per i lattanti che si alimentano con latti formulati in polvere può essere utile utilizzare acque minimamente mineralizzate (residuo fisso non superiore ai 50mg/l), mentre per chi soffre di calcoli renali la scelta ricade abitualmente su acque oligominerali (tra 50mg e 500mg/l) o minimamente mineralizzate, particolarmente utili per eliminare le scorie, anche se recenti scoperte hanno dimostrato che anche un’acqua ricca di calcio e bicarbonato può aiutare a prevenire la formazione di calcoli.

Anche per chi ha la pressione alta è indicata un’acqua oligominerale che favorisca la diuresi e la diminuzione del sodio in eccesso, responsabile dell’aumento della pressione e dell’affaticamento cardiaco.

Chi ha difficoltà a digerire potrà indirizzarsi verso un’acqua bicarbonato/solfata: il bicarbonato e il solfato stimolano il fegato e il pancreas e favoriscono l’azione degli enzimi digestivi.

Per chi ha carenza di calcio o necessita un’integrazione maggiore di questo minerale (bambini, anziani, donne in menopausa o allattamento) oltre alle classiche fonti di calcio da cui è altamente disponibile come latte, yogurt e formaggio grana, si può considerare un’acqua mediominerale (residuo fisso tra i 500mg e i 1500mg/l), meglio se con concentrazioni di bicarbonato di calcio superiori a 200mg.

A parte questi casi particolari bere acqua del rubinetto è una scelta ecosostenibile ed economica, sicura e controllata  migliaia di volte, non ci sono vantaggi salutistici nel preferire un’ acqua rispetto a un’altra.

Spesso si sente dire che un acqua a basso residuo agisce sulla ritenzione, non è vero perché ciò che conta è quanta ne beviamo.

L’acqua corrisponde chimicamente a: H2O qualunque tipo sia..Rispettiamo l’ambiente ed usiamo acqua del rubinetto!

MINDFUL EATING

A cura della Dott.ssa Eva Arleo

La Mindful Eating è un ambito specifico d’applicazione della Mindfulness, una pratica di consapevolezza per imparare a mangiare in armonia con i bisogni del nostro corpo, prestare attenzione al momento del pasto, assaporare il cibo con curiosità e senza giudizi.

La nostra mente è naturalmente portata a ripercorrere in automatico eventi accaduti rivolgendosi al passato, a prevedere eventi futuri e a programmare aspetti della vita quotidiana, e questo accade mentre ci occupiamo di altro, quindi non riusciamo mai ad essere correlati con la nostra esperienza presente. Inoltre il pensiero tende, in alcuni soggetti più che in altri, a formulare giudizi, talvolta severi, su ciò che accade intorno a noi e su come operiamo.

Secondo la Mindful Eating esistono 9 tipi di fame:

Fame degli occhi: si può saziare con un piatto esteticamente appetibile.

Fame del tatto: si soddisfa manipolando gli alimenti.

Fame delle orecchie: immagina il suono delle verdure che soffriggono in padella.

Fame del naso: i profumi dei pasti sono importantissimi.

Fame della bocca: sentire i sapori è fondamentale.

Fame dello stomaco: le sensazioni che lo stomaco rilascia quando ha fame (brontolio) o gli ormoni che inviano la sensazione di piacevolezza al cervello.

Fame cellulare: avviene quando per esempio, in una giornata in cui dopo aver eseguito un esercizio fisico importante, il corpo richiede acqua e non smette di desiderarla fino a quando quel bisogno non risulti soddisfatto.

Fame  della mente: la più difficile da spiegare, si basa sui nostri pensieri, fa leva sul nostro senso di colpa e si accompagna alle  parole “dovrei o non dovrei”.

Fame del cuore: è la fame che ci riporta ad assumere i nostri cosiddetti “comfort food” ed è espressione delle nostre emozioni più profonde. Un momento di gratificazione e un momento di felicità è la fame più importante. 

Non esistono cibi che fanno bene e cibi che fanno male. Prenditi un momento per te stesso e goditelo fino in fondo.

Intolleranze Alimentari

A cura della Dott.ssa Eva Arleo

Le intolleranze sono diverse dalle allergie, la differenza consiste nel fatto che nelle seconde partecipa il sistema immunitario mentre nelle prime questo non accade.

Spesso le intolleranze provocano sintomi simili alle allergie, ma in realtà possono dipendere da uno stile alimentare scorretto o da alterazioni gastrointestinali.

Si dividono in: 

Intolleranza al lattosio – deficit di un enzima chiamato lattasi che consente la digestione del lattosio (zucchero contenuto nel latte che viene scisso in glucosio e galattosio).

Si manifesta con disturbi gastrointestinali e ne esistono diversi gradi di deficit.

È stato dimostrato che la disponibilità della lattasi aumenta in relazione alla quantità di latte consumato. In pratica anche gli intolleranti possono assumere latte in quantità minori.

Diagnosi: Breath Test.

Intolleranze farmacologiche – determinate dall’assunzione di sostanze contenute in alcuni alimenti, quali istamina (vino, spinaci, pomodori, formaggi stagionati, alimenti in scatola) o Tiramina (vino/birra), Caffeina, Alcool, Solanina (patate), Teobromina ( te’), Triptamina (prugne),  feniletilamina (cioccolato).

Diagnosi. Anamnestica.

Intolleranze da meccanismi non definiti – riguardano reazioni avverse provocate da additivi quali nitriti, solfiti ecc.. per i quali non è stato possibile dimostrare scientificamente un meccanismo immunologico. I sintomi generalmente sono gastrointestinali, come gonfiore, diarrea, dolori addominali, ma anche cutanei e si manifestano attraverso rash o prurito, respiratori e neurologici, da cui deriva cafalea.

Utile il test di provocazione.

Le intolleranze non fanno ingrassare, se si sospetta una reazione indesiderata non fare autodiagnosi senza prescrizione medica.

I test NON validati o meglio NON riconosciuti dalla comunità  scientifica sono:

Dosaggio igG 4

Dosaggio citotossico

Test Elettrodermici (Vega-Sarm-Biostrenght)

Biorisonanza

Iridologia

Analisi del capello

Pulsa test

Riflesso cardio auricolare

Provocazione/ neutralizzazione intradermica-sublinguale

La ricerca delle igG non ha alcuna evidenza scientifica nella diagnosi di allergia o intolleranza alimentare, nonostante ciò molti laboratori le eseguono e spesso vengono richieste persino da professionisti.

Non escludere alimenti senza diagnosi.

Non eliminare il glutine né il latte. 

L’iter diagnostico per accertare un’intolleranza prevede un approccio multidisciplinare che coinvolge Allergologo, Gastroenterologo ed eventualmente un professionista dell’alimentazione (nutrizionista ,dietista), tutto il resto è solo FUFFA e dispendio economico.

Diabete e Gravidanza

A cura della Dott.ssa Eva Arleo

La Gravidanza complicata da diabete comprende due condizioni: 

Il Diabete pregravidico (gravidanza in donna con diabete preesistente)

Il Diabete gestazionale (diabete diagnosticato in corso di gravidanza)

Il primo può essere responsabile di complicanze neonatali quali macrosomia, ipoglicemia neonatale,  iperbilirubinemia, policitemia e stress respiratorio.

Per quanto riguarda il Diabete gestazione (GDM), esso rappresenta l’alterazione metabolica più frequente in gravidanza ed ha le stesse complicanze di quello pregravidico.

I fattori di rischio sono: 

Età maggiore di 35 anni

GDM in precedente gravidanza

Obesità  

Ipertensione 

Ipotiroidismo 

Macrosomia in gravidanza precedente

Caratterizzato da un aumento di glucosio durante la gravidanza e dall’impossibilità dì produrre abbastanza insulina, questa variante scompare generalmente dopo il parto.

Lo screening viene effettuato tra 24°/28° settimana tramite la curva da carico di glucosio, da anticipare tra la 16° e la 18° in caso di sovrappeso, pregresso GDM o glicemia tra 100/115 mg/dl.

L’esame prevede la somministrazione di 75 mg di glucosio sotto forma di sciroppo da bere dopo il primo prelievo, al quale dopo un’ora segue un secondo prelievo e dopo un’altra ora un terzo.

I valori limite sono 92-180-153, ciò consente di effettuare diagnosi anche con un solo valore fuori norma: l’esame verrà ripetuto a sei mesi dal parto per scongiurare l’eventualità che si tratti di diabete clinico.

Le donne con precedente storia di GDM hanno inoltre un rischio maggiore di sviluppare ipertensione arteriosa e dislipidemia (alterazione qualitativa o quantitativa dei lipidi nel sangue). Le principali complicanze materne in corso di gravidanza complicata da GDM sono la preeclampsia (condizione caratterizzata da un innalzamento eccessivo della pressione sanguigna, spesso in combinazione con il riscontro di una quantità significativa di proteine nelle urine) e la maggiore frequenza di taglio cesareo.

Generalmente può essere controllato con una dieta equilibrata e attività fisica e se ciò non bastasse sarà necessario ricorrere a una terapia insulinica, ma questo solo nel 20% dei casi.

Consigli alimentari?

Preferire cereali integrali, verdure fresche e di stagione, cotture semplici, mangiare poco ma 5 volte al giorno per evitare lunghi periodi di digiuno e praticare attività fisica.

Se individuato in tempo e ben gestito il diabete in gravidanza non comporta rischi in più per le madri e i loro bimbi rispetto alle donne sane.